Giovanni Bonomini

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Sopravvissuto / The martian - Andy Weir

Cosa accadrebbe se un astronauta, abbandonato per sbaglio dai compagni su un pianeta deserto, si trovasse a dover sopravvivere, nella speranza di un salvataggio, potendo contare solo su se stesso?

The martian è un buon libro. Ed è un buon libro perché racconta una buona storia, e lo fa in maniera credibile. Non è certo una storia vera, né totalmente accurata (nonostante abbondi di dettagliate spiegazioni scientifiche, che qualcuno potrebbe trovare eccessive), ma è resa perfettamente credibile. Ci troviamo così davvero a tifare per lo sventurato protagonista nella sua lotta per sopravvivere su un pianeta totalmente ostile per la vita come Marte.

Gli eventi vengono presentati prevalentemente attraverso gli occhi del protagonista, Mark Watney, sotto forma di diario. È un espediente che potrebbe apparire inefficace, in quanto riduce la suspense (se il personaggio scrive gli aggiornamenti sul diario significa che se l’è cavata) e rende meno immediata e immersiva la narrazione. Risulta però ottimo in questo caso, perché i tempi della narrazione sono lunghi e, per la maggior parte, morti. Tempi di attesa per ricaricare i pannelli solari, tempi di attesa per spostarsi sulla superficie deserta di Marte per chilometri, e così via. Senza contare che il tempo totale della storia è di circa un anno e mezzo. Da una parte è tutto molto realistico e verosimile, dall’altra sarebbe una noia infinita leggere pagine e pagine in cui non succede niente di utile. Le pagine di diario riassumono direttamente i punti fondamentali, senza per questo far perdere qualità e ritmo. Sono anzi una buona occasione per mettere in luce il carattere del protagonista, altro grande punto forte della storia: Mark è ottimista, ironico, ingegnoso e testardo. Tutte qualità che gli permetteranno di affrontare gli ostacoli che di volta in volta gli si pareranno davanti.

È bello vedere un personaggio che non si dà per vinto, che affronta i problemi ragionando, reagendo senza piangersi addosso. La psicologia del personaggio però, seppur accattivante e narrativamente efficace, non subisce alcuna evoluzione. Restare in completa solitudine su un pianeta deserto per mesi e mesi, con la possibilità concreta e costante di non riuscire a sopravvivere, è un’esperienza forte: è abbastanza inverosimile che qualcuno riesca a sopravvivere senza cambiare o senza vivere momenti di sconforto tali da perdere la speranza. Da questo punto di vista è un personaggio piatto: si dispera sì (poco), ma non vive mai momenti veramente drammatici di angoscia o panico che ci si potrebbero aspettare in una situazione del genere da qualsiasi essere umano.

La storia si sviluppa essenzialmente sui singoli problemi che Mark si trova ad affrontare per non morire, e sulle soluzioni escogitate. Ed ecco un altro aspetto interessante: non c’è un vero e proprio antagonista, non nel senso tradizionale: il vero ostacolo sono le condizioni ostili di Marte, sono gli incidenti e il limite delle attrezzature disponibili, sono le distrazioni stupide e i calcoli sbagliati, sono le infinite distanze spaziali e conseguentemente i lunghissimi (o brevissimi) tempi disponibili.

Una storia affascinante e mai noiosa, un’avventura ai limiti delle possibilità umane. Un libro da leggere.

La fine dell'eternità - Isaac Asimov

“In un futuro ancora molto lontano l’uomo ha imparato a viaggiare nel tempo, spostandosi con disinvoltura da un secolo all’altro e organizzando traffici commerciali tra ere diverse. Il viaggio nel tempo permette anche di tenere l’umanità sotto rigido controllo, modificando tutto ciò che potrebbe provocare gravi turbamenti nella storia. A effettuare i cambiamenti sono delegati degli analisti e i tecnici della chiusa casta degli Eterni, gli unici in grado di manipolare passato e futuro. Un giorno però Andrew Harlan, un giovane Eterno, si trova di fronte a una scelta atroce: salvare l’eternità o il suo amore, e non avrà dubbi. Uno dei più brillanti romanzi di Isaac Asimov, una sconcertante epopea che si pone come alternativa possibile all’universo dei robot, dell’Impero Galattico e della Fondazione.”

La storia è sicuramente affascinante: per le idee, per l’ambientazione, per la vicenda. Ma ad essere sinceri, la parte migliore è solamente l’ultimo terzo del libro, quando ci si avvia alla conclusione, che riesce da sola a compensare il resto. All’inizio, a parte le prime pagine, la storia non brilla particolarmente: è proprio verso la fine che tutta la storia, in qualche modo, si “completa”: particolari che prima apparivano insignificanti o banali si rivelano invece fondamentali per il proseguimento e la risoluzione della trama, come i pezzi di un puzzle che si incastrano insieme. Sono pochi (forse nessuno) gli elementi “inutili” ai fini della trama. E questa coerenza interna è certamente un aspetto positivo.

Negativa è invece l’assenza quasi totale di descrizioni: i personaggi si muovono in un bianco vuoto nebuloso, che non aiuta affatto il lettore ad immergersi nella vicenda. È vero che questo ambiente indistinto contribuisce a rendere l’atmosfera dell’Eternità, un vero e proprio limbo fuori dal tempo, ma resta il fatto che maggiori descrizioni sarebbero state preferibili e avrebbero solo migliorato il tutto, anche perché le poche presenti sono vaghe o poco utili. Un esempio di squallida descrizione:
“ Il 482°, come aveva potuto constatare, era un Secolo difficile, non austero e conformista come il tempo in cui era nato. Era un’epoca senza scrupoli né princìpi, non almeno nel senso in cui lui era abituato a considerarli. Era edonistica, materialistica, matriarcale anziché no.”

Tutto questo perché la narrazione si basa in gran parte sui dialoghi: è tutto un discutere e un ribattere, a volte anche per pagine e pagine senza interruzioni.
E qui si arriva al vero grande difetto: i personaggi. In genere piatti e anonimi, risultano spesso delle sagome vuote (che parlano, eh). Forse la più anonima è Noys, la donna di cui si innamora il protagonista: super-bellissima, super-affascinante, ma di una piattezza psicologica da tundra artica.
Non sono insomma personaggi particolarmente interessanti, e l’empatia per loro rasenta lo zero. Nemmeno il protagonista si salva, anzi. Addirittura è quello che risulta a tratti il più noioso e meno credibile di tutti, soprattutto per il suo continuo rimuginare e per gli improvvisi, esagerati (e un po’ ridicoli), sbalzi d’umore (un alternarsi continuo tra frustrazione, esaltazione, collera e paura, tutto nel giro di poche righe), che lo rendono davvero poco credibile.
Il problema è che Asimov decide di far giocare proprio ai rapporti tra i personaggi un ruolo chiave e risolutivo nella vicenda: sarà la storia d’amore tra Harlan e Noys ad essere decisivo per la storia, il che risulta quasi ridicolo, proprio a causa della loro estrema piattezza.
D’accordo, l’idea di una storia di fantascienza in cui tutto è alla fine determinato dall’umanità dei personaggi è una bella cosa. Ma almeno fallo bene.

Detto questo, a parte i difetti, è una lettura davvero affascinante. Consigliato.

Il mondo nuovo; Ritorno al mondo nuovo - Aldous Huxley

In un futuro lontano, il progresso umano ha raggiunto il suo apice. Niente guerre né malattie o vecchiaia, ogni piacere materiale è accessibile a chiunque. Ma tutto ciò ha un prezzo: per mantenere la stabilità del sistema, i nuovi nati (concepiti e prodotti industrialmente in provetta) sono condizionati per occupare da adulti ruoli sociali prestabiliti.

Questa la premessa de "Il mondo nuovo", sicuramente intrigante. Che cosa succederà dunque?
Ben poco, a dire il vero.

Le idee alla base del libro sono la cosa più interessante, e invitano ad una riflessione. Davvero ci attende un futuro così perfetto e così disumano? Sì, perché il prezzo da pagare per il benessere è proprio l'umanità, nel bene e nel male, oltre che la libertà. Per garantire il perfetto equilibrio del sistema, infatti, gli uomini sono stati privati di gran parte di ciò che li rende davvero tali. Significativo è il dialogo di uno dei protagonisti con uno dei Governatori Mondiali:

- Ma io amo gli inconvenienti.
- Noi no - disse il Governatore. - Noi preferiamo fare le cose con ogni comodità.
- Ma io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato.
- Insomma - disse Mustafà Mond - voi reclamate il diritto di essere infelice.
- Ebbene, sì - disse il Selvaggio in tono di sfida - io reclamo il diritto d'essere infelice.

Un utopica società ideale, che però si rivela essere un orribile scenario diametralmente opposto: nessun uomo è veramente libero, poiché condizionato fin dalla nascita in previsione del suo ruolo sociale (e proprio per questo in realtà ognuno si sente "felice"). Insomma: quale prezzo siamo disposti a pagare per il benessere e il progresso (così come lo conosciamo)? E a questo è dedicata la seconda parte del libro: "Ritorno al mondo nuovo", una serie di brevi saggi dell'autore, scritti quasi trent'anni dopo la pubblicazione del libro, che ne riprendono i temi alla luce dei nuovi sviluppi storici. Nonostante il tono melodrammatico e a tratti catastrofico forse esagerato, e nonostante il preteso rigore scientifico (assolutamente discutibile), dà da pensare il fatto che alcune cose "previste" da Huxley quasi sessant'anni fa siano entrate in qualche modo a far parte della realtà quotidiana attuale: la società e il consumo di massa, la propaganda e la persuasione della pubblicità. Ed è strano vedere tutto ciò dalla prospettiva di un altro secolo.
Ulteriori scenari si aprono guardando alla crescita sempre maggiore della popolazione umana sulla Terra, questione più che mai attuale. Dove trovare le risorse per tutti? Come evitare la denutrizione e la povertà? Cosa sarà dell'umanità, di qui a cinquanta, cento, duecento anni?

Comunque, al di là delle idee alla base, la storia narrativamente parlando è abbastanza fiacca. Non coinvolge e procede sempre più lenta, sbandando di qua e di là senza una direzione precisa.
Personaggio principale è Bernardo, appartenente alla classe sociale più elevata, che però sembra non aver subito un perfetto condizionamento durante l'infanzia. Da ciò deriva una condizione di disagio e insoddisfazione. E allora? E allora bo. Un giorno se ne parte per un viaggio in America, con la ragazza di cui è innamorato, per visitare l'ultima riserva di selvaggi, un popolo indiano che vive ancora secondo le antiche tradizioni e lontano dalla civiltà. Qui trova una donna europea, che si era persa anni prima durante una visita alla riserva, ed era rimasta a vivere lì, partorendo un figlio. Bernardo riporta la donna e il figlio (che verrà soprannominato "il Selvaggio") alla civiltà. Qui il giovane scopre per la prima volta "il Nuovo Mondo", tra meraviglia e disgusto.
L'elemento estraneo, che dovrebbe essere in qualche modo il motore della vicenda con una visione critica del mondo utopico, non basta a far proseguire la storia, che si arena pian piano in una lenta agonia (per il lettore).

Insomma, idee brillanti e descrizione della società distopica: molto bene. Storia piatta e poco coinvolgente: molto male.
Nemmeno la fine risolleva le sorti del libro, restando a metà tra un finale tragico e uno aperto (e poco chiaro), e perdendo così molta della sua potenziale forza.

Consigliato? Di sicuro non è una lettura scorrevole o particolarmente coinvolgente. Magari non per la storia in sé, ma, per chi è incuriosito, può valerne la pena.

Un cantico per Leibowitz - Walter M. Miller Jr.

In un mondo post-apocalisse nucleare, l'umanità è regredita in una sorta di nuovo Medio Evo. La storia, divisa in tre parti (per altrettante epoche), segue da vicino le vicende di un monastero cattolico in un deserto degli Stati Uniti, dove i monaci si adoperano per preservare e tramandare il sapere scientifico e tecnologico del passato, in attesa di un futuro in cui si possa tornare ad utilizzarlo per ricostruire la civiltà.

Davvero interessante. Scritto abbastanza male, ma molto evocativo.

QUI un'ottima e approfondita recensione trovata online.

Ender's game. Il gioco di Ender - Orson Scott Card

L’ultimo attacco alla Terra da parte degli alieni risale a ottant’anni fa, tuttavia la guerra non è finita. Per scongiurare la possibilità che, un giorno, la razza umana venga cancellata da una nuova e ancor più devastante invasione, sono state costruite armi sempre più potenti e ideati vari sistemi di difesa. Inoltre, per sfruttare le straordinarie capacità di alcuni bambini, è stata creata una Scuola di Guerra, destinata a formare un’élite di geni militari. Ed è in questo luogo altamente competitivo, in cui si simulano al computer azioni belliche di ogni tipo e si elaborano tattiche e strategie di grande complessità, che viene portato Andrew «Ender» Wiggin: ha soltanto sei anni e lo aspetta un addestramento feroce in un ambiente spietato, ma lui è un genio tra i geni, nato con le doti di un superbo comandante. Ed è l’unico in grado di vincere tutte le «partite» combattute nella Sala di Battaglia. Ma qual è il prezzo da pagare per essere davvero il migliore? E dove finisce il gioco e comincia la realtà?

Il gioco di Ender, in sé, è una buona storia. Ma.

Le note dolenti.

Innanzitutto l’età dei personaggi. Ender entra nella Scuola di Guerra all’età di sei (!) anni. Quando la storia si conclude ne ha dodici. Ora, con tutta l’immaginazione e l’impegno di questo mondo: impossibile. Non tanto per il fatto che venga scelto per la Scuola di Guerra, quanto per i ragionamenti e il modo di pensare, adatti, se va bene, ad un quindicenne sveglio. Lo stesso vale per il fratello, Peter, e la sorella Valentine. La credibilità dei personaggi è dunque messa a dura prova, senza contare che Ender dimostra sempre di essere un piccolo genio super intelligente che se la cava praticamente in ogni situazione.
La cosa peggiore è che il protagonista viene scelto per guidare la flotta di astronavi terrestri in guerra. Perché mai, viene da chiedersi, scegliere un bambino, seppur particolarmente dotato, per un compito così difficile e delicato e da cui potenzialmente dipende il destino della specie umana? Possibile che su tutta la terra non esista nessuno, proprio NESSUNO, con un briciolo d’esperienza e capacità in più? A quanto pare no.
La spiegazione starebbe nel fatto che Ender risulta così adatto grazie alle sue caratteristiche genetiche (inizialmente era stato scelto il fratello maggiore, poi scartato perché troppo violento). Come possono i geni predisporre al comando in guerra? Una spiegazione fragile che non viene mai approfondita né ampliata nel corso del romanzo, e che dunque rimane molto vaga (più o meno un “è così perché sì”).

L’aspetto peggiore è però decisamente la scrittura, che a tratti sfiora l’imbarazzante. A volte sembra di star leggendo la trama su Wikipedia più che il racconto vero e proprio. Spesso l’autore racconta gli eventi in modo molto riassuntivo, senza mostrare niente di concreto di quello che accade, andando avanti anche per pagine intere. Vengono inoltre “vomitate” sul lettore un mucchio di informazioni inutili, in particolar modo nei primi momenti della storia.
All’inizio di ogni capitolo è poi presente un breve paragrafo in corsivo, in cui si assiste al dialogo tra due ufficiali della Scuola di Guerra, e il lettore è messo al corrente di alcuni aspetti della situazione che hanno il solo effetto di rovinare la conclusione.

Varie scene potrebbero essere tagliate senza problemi, come il ritorno di Ender sulla Terra per un paio di mesi al termine della Scuola, o i capitoli dedicati a Peter e Valentine, che si adoperano per conquistare il mondo iniziando a scrivere articoli politici e d’opinione. (Un bambino di dodici anni e la sorella di poco più piccola. Sul serio. E alla fine praticamente ci riescono!).

La conclusione è un po’ affrettata, e poteva essere sicuramente migliorata.

Gli aspetti positivi.

Il punto di forza della storia è senza dubbio il protagonista. Non è affatto un personaggio piatto, inutile, che si lascia trasportare passivamente dagli eventi: è intelligente (di nuovo, il fatto che sia solo un bambino stride pesantemente con le sue notevoli capacità) e non si arrende davanti alle difficoltà. È affascinante scoprire di volta in volta come riuscirà a superare i problemi sempre maggiori che gli si presentano davanti.
Ampiamente positivo il fatto che venga lasciato molto spazio alla sua caratterizzazione psicologica: il rapporto difficile con il fratello, con cui è sempre portato a confrontarsi, la profonda solitudine alla Scuola di Guerra (sia all’inizio perché novellino, sia alla fine, perché troppo bravo), l’affetto profondo per la sorella.

Molto intrigante è poi l’ambiguità che si respira alla Scuola di Guerra: Ender è sempre posto di fronte a nuove sfide, gli ufficiali fanno di tutto per mettergli i bastoni fra le ruote, spingendolo verso maggiori difficoltà, senza lasciargli un attimo di pace. Appena però supera una prova, appena riesce a raggiungere un equilibrio, di nuovo tutto è rimesso in discussione, con un conseguente stress emotivo.
La situazione non fa che peggiorare, e gli allievi sono spinti ad una competizione estrema (forse la parte più entusiasmante del romanzo), fino al punto che alcuni iniziano a chiedersi chi sia il vero nemico: gli alieni che un giorno dovranno combattere o gli stessi insegnanti?
"Purtroppo" è tutto come sembra: i nemici sono davvero gli alieni e gli insegnanti sono duri solo perché vogliono tirare fuori il massimo dalle capacità di Ender, spingendolo oltre i suoi limiti. E la cosa è rimarcata ripetutamente dai paragrafi all’inizio dei capitoli (rendendo noto fin da subito al lettore come stanno le cose). Peccato, la situazione poteva essere sfruttata per ulteriori sviluppi.

Ma il colpo di scena c’è lo stesso, alla fine. E non è male.

Piccola nota conclusiva: nella traduzione italiana gli alieni vengono indicati come “Scorpioni”, ma nell’originale inglese sono chiamati “Formics”, da “formica”. Ed effettivamente la struttura sociale che viene descritta è molto più simile a quella delle formiche che non a quella degli scorpioni, con la presenza di regine che in italiano rimane un po’ inspiegata. Forse “Scorpioni” è servito a rendere la civiltà aliena un po’ più minacciosa e aggressiva di quello che era nell’originale.

P.S: Dal libro è stato tratto un film, nel 2013. Inutile e anonimo, non vale assolutamente la pena di essere visto. Peccato perché gli effetti speciali non sono male, soprattutto nei giochi alla Scuola di Guerra e nelle battaglie finali. Ma il trailer è abbastanza per vedere le scene migliori, davvero.

Fahrenheit 451 - Ray Bradbury

FAHRENHEIT 451 - Ray Bradbury

Giudizio complessivamente positivo.
La prima metà del libro è quella che personalmente ho apprezzato di più.

Il finale purtroppo è abbastanza debole: a livello di trama sarebbe una perfetta conclusione degli eventi della storia, sia per l'atmosfera che per lo scenario affascinante lasciati, ma poteva essere reso molto, molto meglio. Momenti concitati e (in teoria) ricchi di adrenalina, come una fuga nella notte o il bombardamento di una città, diventano confusi e sfocati. Il problema sta tutto nella narrazione di Bradbury, che smorza la tensione e allontana il lettore dalla storia.
Un esempio:

"E in quell'istante vide la città, invece delle bombe, nel cielo. Queste e quella avevano cambiato posto. Per un altro di quegli istanti impossibili, la città rimase, ricostruita e irriconoscibile, molto più in alto di quanto avesse mai sperato o tentato di essere, più alta di come l'uomo l'aveva eretta, torreggiante alla fine, in nodi gottosi di cemento sfracellato, e faville di metallo infranto, in un'altissima muraglia sospesa come una valanga capovolta, un milione di colori, un milione di cose assurde, una porta dove avrebbe dovuto essere una finestra, una cima in luogo di un fondo, un retro invece di un davanti, e a un tratto la città si girò dall'altra parte e precipitò morta."

Nodi gottosi di cemento sfracellato. Un milione di cose assurde. D'accordo...
Tutto molto aulico, tutto molto più confuso e nebuloso agli occhi del lettore.

Il problema "stilistico" si ripercuote anche sui dialoghi: i personaggi hanno tutti la stessa voce. Tutti parlano come il narratore.

Tra gli aspetti positivi, appunto, la prima parte: il lento e sofferto percorso del protagonista per arrivare a capire (e accettare) che tutto quello che lo circonda non è affatto come sembra. Particolarmente riuscito è il (non) rapporto con la moglie, sempre più inquietante con il procedere della storia, che è un po' l'emblema della condizione in cui egli si trova.

Il libro è inoltre abbastanza contenuto (circa 175 pagine), e non risulta pesante da leggere.

Un ultimo appunto riguarda il genere: il romanzo viene solitamente incluso nella narrativa fantascientifica. Tuttavia, a ben guardare, gli elementi legati alla fantascienza in senso stretto sono veramente pochi, e sono lasciati per lo più ai margini: se questi venissero sostituiti con elementi non fantascientifici (ad esempio un cane particolarmente aggressivo e addestrato ad uccidere, o un branco intero di cani, al posto del Segugio meccanico) la trama non ne risentirebbe in alcun modo. Un peccato, perché la storia ne sarebbe stata probabilmente arricchita.

Nonostante tutto, una buona lettura, assolutamente consigliata.

(S)consiglio della settimana: Fondazione anno zero - Isaac Asimov

È il primo libro di Asimov che leggo. In realtà non l'ho nemmeno finito, mi sono bastate le prime cento pagine. Arrivato a circa un terzo del libro, non era ancora successo nulla di vagamente interessante. Il massimo della tensione si raggiunge con una rissa in una panetteria. In una panetteria. Avvincente, davvero.

Mi aspettavo qualcosa di più. Il fatto è che non c'è niente (è vero, ho letto solo un pezzo, può essere che di lì a poche pagine il libro si trasformasse improvvisamente in un sublime capolavoro), ma proprio niente: non c'è azione (e va be', pazienza), non c'è suspence (va be', pazienza), non c'è fantascienza (l'autore non descrive minimamente il mondo in cui si svolge la vicenda, che potrebbe risultare interessante. L'unico vero elemento fantascientifico è questa nuova scienza, la "psicostoria", attorno a cui ruota la vicenda. Il problema è che praticamente nessuno sa cos'è in concreto e come funzioni: l'autore non lo spiega, non lo mostra, non lo sa nemmeno lui).

Che cosa rimane? La storia in realtà è, o dovrebbe essere, un intrigo politico. "Dovrebbe" perché non c'è nessun intrigo: dei tizi più o meno loschi vogliono prendere il potere (?) nell'Impero, e progettano di rovesciare Primo Ministro e Imperatore. Il protagonista li ferma. Punto.
La narrazione procede unicamente grazie ai dialoghi dei personaggi, veri motori della vicenda. I personaggi? No, i dialoghi. Parole, parole, parole e ancora parole. I personaggi non agiscono, parlano. Almeno dicessero cose interessanti! No.
Infine il protagonista è un continuo lamento: nelle prime venti-trenta pagine almeno non manca di ricordare al lettore ogni dieci righe di come stia invecchiando. A quarant'anni. E tutti glielo ripetono, e lui si lamenta.

Insomma, non lo consiglierei. Di sicuro a qualcuno interessato alla fantascienza. E forse nemmeno a qualcuno interessato ad una buona lettura.

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